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Perché combattiamo?

Le guerre, purtroppo, fanno parte della storia dell’uomo e anche della cronaca recente. Gli allarmi per il terrorismo si ripetono e la violenza sembra circondarci senza tregua. Nemmeno i rapporti sociali sembrano esenti dalla violenza, soprattutto in questi momenti di crisi.

Una delle due più importanti riviste scientifiche del mondo, Science, invece di occuparsi di Fisica o di genetica (come fa di solito), è uscita con un numero speciale dedicato proprio alla violenza, intitolato “perché combattiamo”.

Combattere per un confine, per un compagno, per il cibo, per il primato di un popolo su un altro. Comunque la violenza, ci dice la scienza, fa parte della nostra natura. Spesso alla base di un conflitto c’è il meccanismo della nostra identificazione con un gruppo che ci porta a disumanizzare chi appartiene ad un gruppo diverso dal nostro. E se i gruppi si differenziano su basi religiose o su valori considerati sacri, questo ne aumenta il grado di coesione interna fino ad ispirare atti sacrificali, come quello dei terroristi kamikaze. Su questa forma di violenza, dopo l’11 settembre sono state fatte ricerche mastodontiche, ma ancora non si è riusciti a spiegare davvero cosa rende i terroristi tanto granitici nella volontà di sacrificio. Altre fonti inesauribili di conflitto sono i pregiudizi razziali, fondati sulla contrapposizione fra amore per il proprio gruppo e odio verso l’esterno, che hanno radici nella storia dell’evoluzione della specie, e l’iniquità verso le donne all’interno di una società. Secondo alcune ricerche questi parametri sarebbero il vero barometro per valutare la probabilità di una guerra civile.

Studi archeologici, in particolare su Tell Brak, tra Damasco e l’Iraq, scenario forse del primo massacro organizzato nella storia umana, intorno al 3800 a.C., hanno contribuito a mostrarci come spesso la conflittualità sia cresciuta in parallelo alla civilizzazione, contrariamente a quanto ipotizzato da molti.

E le esperienze di guerra con milioni di morti ci hanno portato a comprendere che le nostre grandi civiltà possono essere luoghi molto meno sicuri in cui vivere rispetto a quelle dei nostri antichi progenitori, cacciatori o raccoglitori.


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