venerdì 25 settembre 2015

Breve storia della pizza

Insieme alla pasta, la pizza è uno dei cibi nazionali italiani più noti al mondo. Eppure, la grande popolarità di questo prodotto in Italia non risale certo a tempi remoti, se Carlo Collodi (1826-90), il famoso autore di Pinocchio, in un libro di letture scritto per la scuola nel 1886, così descriveva la pizza:

«Vuoi sapere che cos'è la pizza? È una stiacciata [schiacciata, focaccia] di pasta di pane lievitato, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po'. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell'aglio e dell'alice, quel giallo verdacchio dell'olio e dell'erbucce soffritte e quei pezzi rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un'aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore».

Il fatto è che quando Collodi scrive, la pizza è ancora un prodotto consumato sostanzialmente solo a Napoli e non ha ancora una diffusione nazionale, verificatasi solo nel secolo successivo.

Le origini della pizza si perdono nel passato più lontano. La parola "pizza" deriverebbe, secondo alcuni, dal greco plax ("superficie piana") o dal latino piana, sostantivo del verbo pinsere (che significa "schiacciare" o "macinare"). In entrambi gli etimi emerge il riferimento al lavoro di preparazione della pizza, consistente nell'impastare e nello schiacciare la pasta, fino a ottenere un prodotto ben lavorato e schiacciato. Di cibi di questo genere, fatti di pasta di farina di cereali schiacciata e cotta al forno, è piena di riferimenti tutta la tradizione alimentare greco-romana antica, così come non mancano preparazioni analoghe in altre tradizioni gastronomiche ancor più lontane da noi. In ogni caso la prima menzione di un cibo chiamato "piza" è attestata in un documento scritto a Gaeta nel 997.

Per arrivare a tempi un po' più recenti, sappiamo che i primi negozi, dove si produceva e si vendeva pizza, vennero aperti a Napoli verso la fine del Seicento. Nel Settecento il numero di questi locali aumentò in misura considerevole, diventando uno degli esercizi alimentari più diffusi. Presso le pizzerie, i napoletani del Settecento non andavano a consumare il pasto ma solo a comprare il prodotto già cotto, per portarlo a casa o, più spesso, per mangiarlo camminando per strada. Solo verso la seconda metà del XVIII secolo cominciarono a essere aperti ristoranti-pizzerie in cui si poteva mangiare la pizza seduti a tavola.

Una delle testimonianze più famose sulla pizza degli inizi del XIX secolo è quella scritta nel 1832 da Alexandre Dumas (1802-70), l'autore dei Tre moschettieri:

«È una specie di stacciata, come se ne fanno a Saint-Denis; è di forma rotonda e si lavora con la stessa pasta da pane. A prima vista è un cibo semplice: sottoposta a esame, apparirà un cibo complicato. [...] La pizza è all'olio, al lardo, alla sugna, al formaggio, al pomodoro, ai pesciolini. E il termometro gastronomico del mercato: aumenta o diminuisce di prezzo a seconda del corso degli ingredienti suddetti e della maggiore o minore freschezza».

Da notare che la testimonianza di Dumas è una delle prime in cui si fa riferimento al pomodoro come condimento della pizza; fino ai primi decenni del secolo, infatti, la pizza napoletana, come d'altronde la pasta, non era affatto condita con il pomodoro, a pezzi o in salsa, ma in genere con olio, o altri grassi, e formaggio, verdure o pesce. Dunque non era ancora, in senso stretto la "nostra" pizza.

Perché diventasse un patrimonio comune della gastronomia italiana bisognò aspettare la fine del secolo. In questo caso l'artefice della "nazionalizzazione" della pizza fu la casa Savoia: si racconta che, durante il soggiorno della regina Margherita a Napoli, nel giugno 1889, la consorte del re d'Italia, «stanca della cucina francese», fece chiamare a corte un noto pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito, perché preparasse delle pizze. Delle tre confezionate fu scelta quella con pomodoro, mozzarella e basilico, da allora chiamata "Margherita", che la leggenda vuole fosse stata inventata da Esposito apposta per la regina, scegliendo ingredienti dall'evidente valore simbolico di tipo patriottico.


domenica 20 settembre 2015

Raffreddamento DSLR molto artigianale…

Molti astrofili usano una ventola per pc per stabilizzare la temperatura della propria fotocamera digitale durante le lunghe pose. La ventola ovviamente non è in grado di abbassare la temperatura al di sotto della temperatura ambiente. Su internet ho visto altri che hanno usato delle "cold box" (ad esempio qui) o hanno persino smontato la fotocamera per mettere a contatto il sensore con un "dito freddo" (cold finger) in rame raffreddato da una cella di Peltier che aveva però bisogno di un pesante dissipatore di calore (vedi ad esempio qui).

Mi sono chiesto: non esiste una via di mezzo tra la ventola e il sistema di raffreddamento con cella di Peltier (che tra l'altro richiede anche alimentazione elettrica e quindi ulteriori cavi elettrici)?

Personalmente ho trovato molto utili dei sacchetti di fluido refrigerante (nel congelatore si solidifica) che è possibile mettere a contatto con la parte posteriore della fotocamera (come nelle foto). Questi sacchetti si possono trovare nei supermercati.

CIMG7761

CIMG7762

Con una temperatura ambiente di 26 °C (dentro il mio studio) ho fatto una serie di dark (durata 300 secondi a 800 ISO), prima senza nessun tipo di raffreddamento (nemmeno la ventola) e poi con il sacchetto refrigerante.

- Senza raffreddamento dopo circa 45 minuti si è raggiunta una temperatura di equilibrio di ben 40 °C.

- Con il sacchetto refrigerante dopo 45 minuti si è raggiunta invece la temperatura di 20 °C (6 gradi sotto la temperatura ambiente).

20gradiC

Ho fatto un confronto tra un dark a 40 °C e uno a 20 °C facendo uno stretching delle immagini.

Confronto20e40

La differenza è evidente. Con una ventola non si sarebbe potuto scendere a meno di 35 °C, con il sacchetto refrigerante si è arrivati a 20 °C.

Nei giorni precedenti a questa prova avevo tentato di fare direttamente foto astronomiche con questo sistema di raffreddamento, ma in condizioni diverse. Avevo fatto pose di soli 30 s (senza autoguida) e a 3200 ISO. Temperatura ambientale di 24 °C (all’aperto!). Il soggetto fotografato è l’ammasso globulare M15. Sono solo 34 pose da 30 secondi a 3200 ISO, tutte con una temperatura del sensore di 19 °C. (Celestron CPC-800, f/10).

m15

Come si vede, nonostante i 3200 ISO e la poca integrazione, il rumore a 19 °C è decisamente sotto controllo.

Questa è la nebulosa M76 (“Piccolo Manubrio”). Sono 105 pose da da 30 secondi 3200 ISO a 19 °C (temp. ambientale 23 °C). Celestron CPC-800, f/8,5 (con il riduttore di focale di un rifrattore). Anche in questo caso il rumore è sotto controllo.

m76

Nelle prossime serate tenterò di fare pose più lunghe con autoguida e a 800 ISO (e anche a 1600 ISO), e se mi capita una serata più fresca si raggiungeranno temperature ben più basse!

Osservazioni su questa “tecnica”..

1) Ho visto che a 24 °C di temperatura ambientale il sacchetto resta “solido” per quasi due ore. Se si vuole continuare a fotografare a questa temperatura bisogna sostituire il sacchetto con un altro. Ovviamente se c’è più freddo dura di più.

2) Non è possibile usare i sacchetti in uscite in luoghi dove non c’è corrente elettrica e un congelatore che mantenga i sacchetti ghiacciati.

3) E’ una tecnica più efficiente con tutte quelle fotocamere che hanno lo schermo girevole, perché è possibile poggiare il sacchetto sul dorso della fotocamera.

4) Non è facile ancorare il sacchetto con gli elastici in maniera tale che non si muova durante la sessione fotografica.

5) I sacchetti pesano circa 600 g. Questo peso aggiuntivo potrebbe causare delle torsioni nel treno ottico o problemi di inseguimento durante le lunghe pose.

6) Potrebbe causare problemi di condensa.

Appena faccio qualche altro test vi faccio sapere.


giovedì 10 settembre 2015

Breve storia dell’Universo (video)

In principio, circa 13,7 miliardi di anni fa, tutto lo spazio, tutta la materia e tutta l’energia dell’Universo conosciuto erano contenuti in un volume più piccolo di un bilionesimo della dimensione della punta di uno spillo. Le temperature erano così elevate che le forze fondamentali della natura, che insieme descrivono l’Universo, erano unificate. Per ragioni ignote questo cosmo più piccolo di uno spillo cominciò ad espandersi.

Quando l’Universo aveva la straordinaria temperatura di 1030 gradi, ed era giovanissimo, solo 10-43 secondi, tempo prima del quale tutte le nostre teorie sulla materia e sullo spazio non valgono più e perdono significato.

Affascinante vero? Questa è l’inizio della storia dell’Universo. Vi piacerebbe sentire come continua questa storia? Guardate questo filmato (durata di poco più di 8 minuti) e vedrete quali sono le conoscenze scientifiche attuali sulla nascita e l’evoluzione dell’Universo.


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martedì 1 settembre 2015

Impianto fotovoltaico autocostruito (fai da te)

Un altro interessante filmato dedicato ad un impianto fotovoltaico fai da te. Quasi un mini documentario della durata di poco meno di 15 minuti che descrive in dettaglio tutte la parti di questa bellissima realizzazione. Vi rimando subito al video.

Buona visione a tutti.


martedì 14 luglio 2015

La sonda New Horizons é appena passata vicino a Plutone

La minima distanza di avvicinamento a Plutone della sonda New Horizons è stata raggiunta da alcuni minuti. Alcune foto molto interessanti del remoto “pianeta nano” e del suo satellite Caronte sono già state trasmesse nei giorni scorsi dalla sonda (vedi foto sotto). Nelle prossime ore la sonda orienterà le sue antenne verso la Terra per cominciare a trasmettere i dati raccolti durante il flyby al suo massimo avvicinamento.

Plutone

 

Caronte

Space X Starship: il nuovo tentativo di lancio del 18 novembre 2023.

Vediamo un frammento della diretta del lancio dello Starship del 18 noembre 2023. Il Booster 9, il primo stadio del razzo, esplode poco dopo...