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lunedì 16 maggio 2016

Come diventare fortunati

Come si può diventare fortunati nella vita? Su questo tema avrete certamente letto moltissimi articoli pieni di banalità e di consigli molto vaghi e inapplicabili nella vita reale. Di solito questi consigli sono incentrati su 4 punti fondamentali:

1) Essere sempre ottimisti.

2) Cogliere le occasioni.

3) Fidarsi del proprio istinto.

4) Cambiare le solite abitudini.

Io non credo affatto che questi consigli siano validi e anche se qualcuno riuscisse ad applicarli sempre, non avrebbero certo l’effetto sperato. Ad esempio partiamo dal numero 1.

Essere sempre ottimisti è un consiglio molto superficiale, perché non si può essere ottimisti in qualsiasi campo. Ad esempio con la propria salute essere ottimisti può diventare un modo di ragionare molto pericoloso. Se ogni volta che sentiamo un malessere ci diciamo “sicuramente non è niente di grave!” allora rischiamo molto spesso di non cogliere in tempo i segnali di patologie che se curate in tempo possono guarire facilmente, ma se trascurate possono diventare molto fastidiose. Questo è un caso in cui l’ottimismo può attirare la sfortuna anziché la fortuna.

Ma vediamo il consiglio numero 2. Cogliere le occasioni. Cogliere le occasioni? Ma tu come fai a sapere “prima” che una certa situazione è un’occasione? In realtà una situazione diventa un’occasione DOPO che la stessa situazione si è sviluppata ad è arrivata alle sue conseguenze finali. Quindi solo alla FINE si può giudicare se una situazione è un’occasione oppure è un binario morto. PRIMA puoi solo sperarlo. Ciò significa che per cogliere le occasioni o provi a fare un po’ di tutto fino a quando indovini quella giusta (e raramente si ha il tempo di provare di tutto), oppure usi il tuo “istinto” per pre-vedere se la situazione è un’occasione. E qui andiamo al punto 3…

Il punto 3? Fidarsi del proprio istinto… Luke! Che la Forza sia con te… in questo consiglio sembra di sentire quasi la voce di Obi Wan che incita Luke alla battaglia. Peccato che l’istinto è una cosa molto più complessa di ciò che si sente dire. Pensate a quando c’è un terremoto e tutti scappano urlando per le strade; stanno seguendo il loro istinto, ma non stanno creando la loro fortuna, anzi, stanno facendo più danni del terremoto stesso. Infatti gli esperti consigliano in caso di calamità di NON SEGUIRE l’istinto e di applicare dei protocolli di sicurezza cercando di controllare il naturale istinto di fuggire. Facendo in questo modo si possono minimizzare i danni di una calamità naturale. Non sempre l’istinto porta alla fortuna…

Punto 4. Cambiare le proprie abitudini. Se per cambiare le proprie abitudini si intende di smettere di fare sempre le stesse cose, potrebbe essere un buon consiglio. Ma se le mie abitudini sono di fare sport ogni giorno, mangiare sano e fare tanto sesso, cambiarle non credo che possa attirare molta fortuna… Anche questo consiglio è evidentemente una banalità.

Ma allora come si fa ad avere fortuna?

Volete sapere la verità?

La fortuna non si può cercare, né si possono creare i presupposti per attirarla.

La fortuna è una condizione assolutamente CASUALE. Se ti capita bene, altrimenti non ti capita e basta.

Ogni tentativo di crearla artificialmente, anzi, rischia di peggiorare la situazione (magari seguendo acriticamente i 4 consigli citati sopra). Con la fortuna si applica molto bene la frase: Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova.

Pensateci bene e fatemi sapere cosa ne pensate e quali sono state le vostre esperienze di vita.


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venerdì 15 aprile 2016

Cosa rende felice il tuo cervello (e perché devi fare il contrario)–recensione

Da tutte le parti in rete troviamo siti e manuali che promettono miracoli nell’aiutarci a trovare il successo personale o a risolvere i nostri problemi piscologici. Ma questi “guru della mente” sono davvero in grado di compiere tali millantati “miracoli”. Quanto c’è di scientifico nelle loro teorie e nelle loro affermazioni? A questa domanda possiamo rispondere subito: c’è molto poco di scientifico e invece c’è molto “marketing” e molte promesse miracolose che non vengono mantenute.

Ma a livello scientifico c’è qualcosa che si conosce davvero sul comportamento del nostro cervello? Ovviamente sì e con queste conoscenze è possibile indicare delle ricette, stavolta empiricamente plausibili che ci permettono di tenere sotto controllo le deviazioni del nostro cervello.

Perché a volte ci comportiamo in modo avventato e persino un po’ autolesionista? Adesso conosciamo in maniera netta il perché di tutto questo. Il nostro cervello si è evoluto per rilevare e prevedere schemi ricorrenti e che cerca la chiarezza, la semplicità e la coerenza. Tutto ciò è meraviglioso, ma spesso può portare a risultati catastrofici…

Il fatto è che copioni e stereotipi sono dei preziosi strumenti cognitivi che ci permettono comodamente di navigare nel mondo ogni giorno, ma se non vengono applicati nelle situazioni giuste possono diventare delle trappole mortali.

Di cosa tratta “Cosa rende felice il nostro cervello”? Chi legge questo libro non troverà un manuale di self-help, ma uno dei migliori studi sul comportamento umano. Ci sono poche ricette da mettere in pratica in questo testo, nessun rimedio “miracoloso”, ma certamente molti temi su cui ragionare e meditare per conoscere meglio quel meraviglioso strumento che è il nostro cervello.

COSA RENDE FELICE IL TUO CERVELLO (E PERCHÉ DEVI FARE IL CONTRARIO)

Autore: David DiSalvo

Anno 2013

Collana «Nuovi Saggi Bollati Boringhieri»

Prezzo €22,00

336 Pagine.


domenica 10 aprile 2016

La tecnica del pomodoro

La tecnica del pomodoro è una tecnica di gestione del tempo sviluppata da Francesco Cirillo nel 1980. La tecnica si avvale di un timer che scandisce il tempo in intervalli di 25 minuti separati da brevi pause (ad esempio di 5 minuti). Questi intervalli sono chiamati pomodori. La tecnica è basata sull’idea che pause frequenti aumentino l’agilità mentale.

Cosa bisogna fare per applicare questa tecnica? Si tratta di 5 semplici passi.

1) Inizia l’attività da eseguire (ad esempio un lavoro in cui non ti puoi permettere di perdere tempo).

2) Si imposta un timer a 25 minuti. Durante questo tempo cerca di lavorare senza distrazioni. Non è difficile lavorare senza distrarsi per 25 minuti. Se qualcosa ti distrae, scrivilo su un foglio di carta, ma poi torna subito a lavorare.

3) Alla fine di questi 25 minuti prenditi 5 minuti di pausa.

4) Dopo 4 intervalli di 25 minuti (4 “pomodori”) prenditi una pausa più lunga di 15-30 minuti.

5) Si torna al punto 2 per un nuovo intervallo di lavoro di 25 minuti. Il conto dei pomodori riprende da 1.

Non sembra difficile, ma se desiderate altri dettagli potete consultare il sito “ufficiale” della tecnica del pomodoro. Qualche altra interessante lettura sull’argomento (stavolta in italiano) la potete trovare nel sito Efficacemente, oppure nel sito MetaDidattica. Buona lettura a tutti.


sabato 13 settembre 2014

Nati per comprare (recensione)

La pubblicità nei tempi moderni è diventata sempre più pervasiva e onnipresente. Soprattutto la pubblicità rivolta ai bambini. Juliet B. Schor nel suo libro "Nati per comprare" (titolo originale: Born to Buy), analizza il mondo della pubblicità rivolta ai bambini nella società degli Stati Uniti. La maggior parte degli elementi del suo studio sono facilmente adattabili anche alle situazioni del nostro Paese.

L'infanzia negli ultimi decenni è stata commercializzata e attorno ai bambini è stata costruita una mostruosa macchina del marketing. Questa macchina è caratterizzata da una efficienza, ricchezza e impudenza sempre crescenti. Il cambiamento sociale che ha permesso tutto ciò dipende dal fatto che i bambini hanno sempre più voce in capitolo sugli acquisti della famiglia. Più i bambini crescono e maggiore è la loro influenza.

Inoltre si è potuto stabilire che i bambini sono molto legati a particolari marche commerciali. I designer affermano che sono i bambini a "guidare le tendenze", ma prima li bombardano pesantemente di pubblicità.
Ci sono molti modi per bombardare i bambini di pubblicità. Infatti la grande attenzione e il coinvolgimento dei bambini per il mondo dei media elettronici ha indotto a postulare un nuovo tipo di bambino postmoderno, dominato da televisione, internet, videogiochi, film. I danni di tutto ciò si cominciano a vedere a partire dall'alimentazione scorretta. Infatti la maggior parte dei bambini mangia cibi non adatti, e ne mangia troppi. Una ricerca svolta nel 1997 ha rivelato che il 50% delle calorie assunte dai bambini proviene dai grassi aggiunti e dallo zucchero, e che le diete del 45% dei bambini non soddisfacevano gli standard della piramide nutrizionale della USDA. Di conseguenza sono aumentati anche i casi di ipertensione, di diabete e di obesità infantili. Per contro si registra una attenzione compulsiva nei confronti del peso e dell'immagine legata al proprio corpo. Un numero senza precedenti di ragazze segue una dieta, e comincia a farlo a un'età sempre inferiore.

Gli psicologi hanno osservato che l'adozione di valori troppo orientati al materialismo insidia il benessere, perché porta le persone ad essere più depresse, ansiose e meno vitali.

Ma quali sono le tecniche pubblicitarie che hanno maggiore successo? Su quali aspetti psicologici dei bambini fanno leva?
Innanzitutto si nota che le pubblicità propongono una netta separazione tra i sessi. I bambini maschi vengono proposti come sportivi, avventurosi e ribelli. Le bambine sono elegantissime, truccate e smaccatamente oche. Le pubblicità quindi tendono ad inculcare anche degli stereotipi sessisti.

Ma c'è di più. Come vengono descritti gli adulti nelle pubblicità rivolte ai bambini? Spesso vengono fatti apparire come negligenti,  incompetenti, insignificanti. Gli adulti impongono un mondo repressivo contrapposto al mondo dei bambini pieno di gioia e divertimento.

Ma quando ai bambini e agli adulti piacciono cose diverse? Viene usata le tecnica del “Dual Messaging”, cioè uno spot pubblicitario che raggiunge sia le mamme sia i bambini. Un esempio è determinato da quelle pubblicità di prodotti alimentari che sono allettanti per i bambini, ma che contengono anche ingredienti e vitamine che fanno bene al bambino e che dovrebbero invogliare gli adulti a comprare il prodotto accontentando il figlio.

Un’altra strategia per raggiungere i bambini è quella di prendere oggetti di uso quotidiano e trasformarli in giocattoli o in quella che l’industria chiama “trans-toying”. Alcuni esempi di trans-toying sono da diverso tempo sono sotto i nostri occhi; fra questi, gli spazzolini da denti o i tappi degli shampoo che rappresentano dei personaggi. Le aziende di prodotti preconfezionati si ingegnano nello sforzo di trasformare tutto ciò che si può mangiare in oggetti con i quali i bambini possano giocare. Susan Linn, psicologa dell’Università di Harvard ha dichiarato: “Il marketing vorrebbe farci credere che lo scopo del cibo è il gioco. Non è un valore ripugnante , quando ci sono persone nel mondo che muoiono di fame?

La cosa più inquietante è che la maggior parte dei bambini sotto i 5 anni non sono capaci di distinguere la pubblicità dal contesto dei programmi televisivi, quindi sono molto più facili da suggestionare rispetto ai bambini più grandi e agli adulti. Questo è un risultato che ci deve fare riflettere ogni volta che facciamo vedere la televisione ai bambini più piccoli. Dopo i 10 anni di età il 100% dei bambini è perfettamente in grado di distinguere la pubblicità dagli altri programmi.

A questo punto ci si chiede: qual è la pubblicità più efficace? Gli esperti del marketing non hanno dubbi: è quella che fa sentire alle persone che senza quel prodotto sono dei perdenti. I bambini sono molto sensibili a questo. Se dici loro che saranno degli sfigati se non lo comprano, allora hai fatto breccia nella loro mente.

Tutto ciò ci fa capire che costruire un’infanzia meno commercializzata non sarà facile. Le grandi aziende non cederanno il loro dominio mediatico e le leggi a favore dei consumatori non saranno sufficienti a fermare questa marea dilagante. Per migliorare la situazione occorrerà l’impegno di tutti.


sabato 15 giugno 2013

Come uscire dalla depressione (dopo che il partner ti ha lasciato)

La depressione è forse il più diffuso tra i problemi psichici che affliggono le persone. Con la crisi la depressione si è diffusa ancora di più ed è diventato anche molto difficile curarla. Come fa una persona ad essere vivace, ottimista e allegra se ha appena perso il lavoro? Oppure se è appena fallita la propria azienda?

E se qualcuno è stato appena lasciato e abbandonato dal partner, come dovrebbe reagire? In questo caso come si può combattere la depressione e uscirne?

Non è certo un’impresa facile, ma ci sono delle strategie (nel caso specifico di abbandono da parte del partner) che possono aiutare i depressi a trovare un certo sollievo. In questo filmato lo psichiatra Prof. Alessandro Meluzzi segnala tre spunti di riflessione che vi anticipo (a grandi linee):

1) Sviluppare una difesa della struttura psicologica.

2) Coltivare molte amicizie in modo da non “sentirsi soli”.

3) Vivere una vita attiva e creativa.

Nel filmato, l’interessante intervista al Prof. Alessandro Meluzzi. Buona visione a buon ascolto.


mercoledì 6 marzo 2013

Falsi miti sul sesso

In che senso falsi miti sul sesso? La maggior parte della popolazione mostra un certo grado di ignoranza sul sesso, ma questo è dovuto al fatto che ancora questo è considerato un argomento “delicato” o persino tabù (nonostante i tempi moderni), quindi se ne parla poco e male. Inoltre da moltissimo tempo si sono diffuse delle nozioni decisamente sbagliate che sono difficili da estirpare dalla cultura delle masse. In questo filmato vengono sfatati 5 falsi miti sul sesso. Cosa avete sempre sentito dire sulla posizione del missionario, sul punto G, sulla masturbazione, sulle “dimensioni” e sul tradimento dei maschi?

Se guardate questo breve filmato potreste rimanere sorpresi e rendervi conto che le vostre più radicate convinzioni non trovano alcun appiglio nella realtà dei fatti…

Buona visione a tutti.


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lunedì 5 marzo 2012

Considerazioni sul bullismo

E’ da molti anni ormai che si parla di bullismo. Si cerca sempre di fare qualcosa per arginare questo fenomeno molto diffuso nelle nostre scuole. La sensazione, però, è che si stia perdendo la partita. Anziché diminuire, il fenomeno bullismo sembra sempre più presente nelle scuole e anche in altri contesti. E’ vero, l’Italia ha molti problemi in questo momento storico e queste difficoltà si riflettono sui comportamenti devianti dei giovani. L’assoluta mancanza di valori di riferimento, inculcati da una televisione sempre più povera di contenuti e sempre più ricca di immagini che inneggiano ad un modo di vivere falso e artefatto, fanno il resto del danno.

bullismo

C’è da dire che nelle scuole degli USA il bullismo sembra molto più diffuso che nelle nostre scuole (o forse è semplicemente meglio monitorato), nonostante tutte quelle “americanate” che vengono utilizzate come il “role playing” e altre tecniche a cui molti (giustamente) non credono. Forse è per questo che oltreoceano il bullismo dilaga quasi indisturbato nelle scuole? E’ un problema di metodologia sbagliata?

C’è da dire anche che molti telefilm americani (che i nostri giovani vedono molto volentieri in tv) mostrano il bullismo in maniera sottilmente positiva. Pur condannando il fenomeno in maniera formale, le immagini però raccontano qualcos’altro. Il bullo è sempre un bel ragazzo, alto, sportivo, bello, ammirato da un sacco di ragazze, la sua vittima invece è un ragazzo “sfigato” (si noti anche l’uso spropositato di questo fastidiosissimo vocabolo), magro, poco incline agli sport, rifiutato dalle ragazze, ancora vergine ben oltre i 18 anni…

Chi è quel fesso che vorrebbe indentificarsi con la vittima?

E’ un trionfo di luoghi comuni che vengono però assimilati ben bene dai nostri dodicenni (probabilmente anche più giovani) e forse vengono introiettati senza che gli adulti se ne accorgano, dato che i nostri figli sono lasciati davanti alla tv senza alcun controllo, basta che non “rompano le scatole”.

Il bullismo non può essere combattuto solo con alcune (discutibili) tecniche terapeutiche somministrate ad alunni difficili, ma deve essere combattuto anche sul fronte culturale. Se nei cervelli dei ragazzi inseriamo spazzatura, attraverso i media (soprattutto la televisione), dai loro cervelli otterremo solo spazzatura! E quando andranno a navigare su internet, non andranno mai e poi mai a cercare quelle risorse meravigliose che internet mette a disposizione di tutto il mondo, ma cercheranno solo quella spazzatura che è l’unica cosa che conoscono.

La prepotenza è un tratto tipico della natura umana, così come la sottomissione. Fanno parte del nostro universo “umano” e non sono eliminabili. I tratti della prepotenza e della sottomissione possono essere però largamente “smussati” da una visione del mondo che deve diventare contemporaneamente più ampia e profonda. Questa nuova visione però deve passare, secondo me, attraverso una profonda riforma dei palinsesti televisivi che non possono più propinare ai nostri giovani delle schifezze come quella, solo per fare un esempio, dell’affinità di coppia stabilita da un sms!

Ora basta con tutti questi reality (che di reale non hanno nulla), questi programmi che presentano il paranormale, gli UFO e altre amenità come se fossero un dato di fatto. Basta con i telefilm che inneggiano al bullismo. Basta con la spazzatura.

Se potete avere un minimo di controllo sui vostri figli (e se volete… soprattutto) fate in modo che possano vedere qualcosa di bello. Una visita in un museo, ad una mostra, una passeggiata in mezzo alla natura. Sul versante tecnologico, se sono un po’ più grandicelli, fategli vedere quante cose belle possono trovare su Internet. Fate in modo che diventi la loro enciclopedia personalizzata. Fate in modo che conoscano!

Chi conosce non ha paura e chi non ha paura difficilmente diventa violento…


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giovedì 19 gennaio 2012

La libertà esiste?

Oggi mi avventuro in una riflessione a dir poco difficile. E’ una cosa a cui spesso non pensiamo, ma siamo davvero liberi di fare ciò che vogliamo (o desideriamo). In altre parole, la libertà (magari quella con la L maiuscola) esiste davvero?

Voltaire libertà

E’ ovvio che su questo argomento da epoca immemorabile si confrontano le più svariate scuole di pensiero. Però negli ultimi decenni la scienza ci ha permesso di avere qualche tenue indizio per dare una risposta a questa domanda che non sia solo dettata dalla morale, dalla religione o dalla filosofia. Sappiamo bene che il nostro patrimonio genetico è in grado di condizionare (e anche pesantemente) la nostra esistenza e il nostro comportamento.

Mi colpì, un po’ di tempo fa, una frase di Voltaire molto significativa a proposito della libertà. La frase dice: “Io sono libero quando posso fare ciò che voglio: ma non sono libero di volere ciò che voglio”. Voltaire aveva notato che i nostri stessi desideri e ambizioni sono condizionati dalla nostra educazione. Il nostro livello culturale non lo abbiamo scelto noi, ma dipende, quasi completamente, dalla famiglia in cui siamo nati. I condizionamenti familiari giocano un ruolo molto forte nella formazione della nostra identità, molto più forte rispetto a quello della scuola o di altri ambienti formativi.

Il vero concetto di libertà è, alla fine, abbastanza restrittivo. In fondo la libertà non consiste altro che essere liberi di seguire i propri condizionamenti. Ma allora siamo degli automi che possono essere comandati con dei fili come dei burattini? A volte il sospetto che molte persone siano così condizionabili ce lo abbiamo. Altro che sospetto! Basta osservare i meccanismi del consenso politico per avere semmai la certezza che la maggior parte delle persone si facciano manipolare in maniera sorprendente.

Ma siamo sicuri di non essere noi stessi manipolati? Non è facile rispondere, anche perché chi è manipolato mentalmente non si accorge di esserlo, se se ne accorgesse, smetterebbe subito di farsi manipolare! Ma con questo pensiero mi sto allontanando dal discorso principale (anche se la cosa ci fa riflettere un attimo…).

La domanda è sempre quella: la libertà esiste? E se esiste, come la potremmo definire in maniera non ambigua? Abbiamo già compreso che la libertà consiste nel seguire i propri condizionamenti personali. Tali condizionamenti sono molto diversi da uomo a uomo. In base a quanto detto potremmo concludere che la libertà consiste nel fare in modo che i vari condizionamenti mentali diversi da uomo a uomo si possano esprimere senza impedimenti. Ovviamente questa libertà avrebbe una ulteriore restrizione, e cioè che comunque la libertà di un individuo non deve mai limitare la libertà degli altri. Si capisce subito che ci troviamo sempre di fronte ad un equilibrio molto difficile.

Ci vuole quindi molto rispetto della diversità. Ecco, il rispetto della diversità è sicuramente Libertà con la L maiuscola! Non a caso la libertà comincia a subire duri colpi quando nelle società umane si tende ad avere una certa uniformità di pensiero e di comportamenti. I regimi totalitari ottengono una drastica limitazione della libertà non solo con la forza, ma anche con una decisa spinta all’uniformità di pensiero. E in questo modo capiamo subito che non sono solo i dittatori che cercano di limitare la libertà, dato che la spinta all’uniformità viene anche da altre fonti…

Cerchiamo di rispettare le differenze e avremo un piccolo assaggio della libertà. Perché la libertà, in fondo, esiste davvero.


giovedì 8 dicembre 2011

Zoofobia: la paura degli animali

Zoofobia è la paura ingiustificata e patologica degli animali. Freud ammise che è normale per i bambini da 2 a 4 anni avere paura di alcuni animali. Ovviamente si tratta di animali che fanno parte del loro mondo come il cane, il gatto, il cavallo e sono quelli stessi animali che conoscono attraverso le fiabe e che circondano di timori immaginari. La paura degli animali di solito diminuisce fino a scomparire, a meno che un brutto ricordo (ad esempio un morso ricevuto da un cane) non la faccia riaffiorare  nell’età adulta.

zoofobia

Gli studiosi hanno potuto verificare che, nel caso in cui la paura degli animali continui anche nell’età adulta, entrano in gioco anche fattori di “apprendimento”: le paure dei genitori vengono spesso trasmesse ai figli. E’ anche vero che sovente le paure degli adulti si concentrano su animali dall’aspetto repellente (come ragni o topi), a volte pericolosi, come i serpenti, ma in altri casi hanno per oggetto animali innocui e di aspetto tutt’altro che sgradevole, come i piccioni.

La zoofobia si manifesta spesso, quando non alla presenza diretta dell’animale, con incubi: l’individuo sogna di trovarsi di fronte, all’improvviso, un enorme ragno oppure di venire aggredito da uno stormo di uccelli o da una schiera di topi.

Ecco alcune delle zoofobie più diffuse.

 

Aracnofobia

Il ragno è uno degli animali di cui si servono di più i creatori di film dell’orrore per cercare di spaventare gli spettatori. Il suo aspetto non molto gradevole, con le lunghe zampe sproporzionate rispetto al corpo peloso, non fa che aumentare la sua cattiva reputazione. Oltre a ciò, gioca a sfavore del ragno la sua fama di predatore: egli tesse la sua tela per attirare lentamente la vittima che finisce per cadere in suo potere. Per questo motivo, il ragno è da sempre, per l’inconscio di ogni uomo, simbolo delle relazioni “soffocanti”, in cui uno dei partner voglia, in un certo senso, impadronirsi dell’altro e “divorarlo”, annullandone la personalità. Anche per questo, quindi, il ragno continua ad essere un animale temuto da molte persone: queste associano nel loro inconscio l’immagine dell’animale davanti a loro con ciò che esso rappresenta a livello simbolico e ne hanno timore.

Nel filmato il trailer del film Aracnofobia (1990). I ragni sono un soggetto tipico dei film dell’orrore.

 

La paura dei topi (musofobia)

Anche i topi sono penalizzati dal loro aspetto sgradevole, ma altresì il loro movimento nervoso, a scatti, imprevedibile fa sì che vengano guardati con poca simpatia. Nell’inconscio delle persone che temono questi animali, essi sono il simbolo dei rapporti dominati appunto dal nervosismo, dall’incostanza, dall’imprevedibilità. Si tratta di soggetti che vivono con grande ansia questo tipo di relazioni.

Ecco alcune scene del film Willard e i topi (1971). Nella storia Willard Stiles è un mite disadattato sociale con una strana passione per i topi. Non sono pochi i film horror che ricorrono ai topi nelle scene più disturbanti.

 

La paura degli uccelli (ornitofobia)

Il film Gli uccelli di Afred Hitchcock sembra essere stato ideato proprio in seguito al racconto di una persona che patisse questa particolare fobia. Si parla infatti, nell’opera cinematografica, di un attacco improvviso condotto dagli uccelli nei confronti degli uomini. Gli incubi delle persone che soffrono di una fobia degli uccelli hanno per oggetto aggressioni da parte di questi animali. L’individuo può sognare di non riuscire a tenere fuori dalla casa uno stormo di uccelli che con i loro becchi vogliono sfondare la porta, oppure venire assalito dai piccioni mentre cammina per la strada.

Ecco una scena tratta dal film Gli Uccelli di Hitchcock (1963).


[Bibliografia: Complessi, da Edipo a Biancaneve, Daniela Tosi, Ed. Biesse]


domenica 13 novembre 2011

Acrofobia

L’acrofobia è il timore ossessivo di cadere nel vuoto, che si prova affacciandosi da un luogo elevato. L’etimologia del termine ha origine dal greco antico, infatti àkron significa “cima” o “sommità”, mentre phòbos significa “paura” o “timore”.

acrofobia

Spesso al timore irrazionale di cadere si sostituisce una altrettanto irrazionale tentazione di buttarsi giù e per questo motivo si cerca in ogni modo di stare lontani da finestre, balconi, burroni o altri luoghi molti alti.

L’acrofobia è una fobia e quindi rientra in un’ampia varietà di forme di nevrosi. Capire l’origine dell’acrofobia non è facile e si possono formulare due ipotesi. La prima ipotesi è che questa paura dell’altezza sia l’espressione di un conflitto interiore del soggetto, quindi è come se fosse la “rappresentazione simbolica” del suo conflitto interiore. La seconda ipotesi invece è che sia dovuta a traumi che hanno a che fare con l’altezza, ad esempio una caduta da un luogo alto avvenuta nell’infanzia.

Una spiegazione inaspettata dell’acrofobia ci viene invece da uno studio condotto da Russell Jackson della California State University di San Marcos. Secondo questo studio l’acrofobia sarebbe causata da un’errata percezione delle distanze verticali, gli acrofobici quindi tenderebbero a sovrastimare le distanze verticali e ciò causerebbe la sensazione abnorme di paura. E’ una spiegazione che potrebbe andare bene, ma la angosciosa e ossessiva tentazione di buttarsi giù che sperimentano molti acrofobici, come si potrebbe inquadrare nell’ipotesi di Russell Jackson?

Ma quali sono i sintomi tipici dell’acrofobia? Anche i sintomi si possono dividere in due categorie: i sintomi fisici e quelli psichici. I sintomi fisici più comuni sono la tachicardia, la debolezza, la sudorazione e l’agitazione che possono sfociare anche in un attacco di panico. I sintomi psichici invece riguardano i comportamenti di “evitamento” dei luoghi alti. Quando questi comportamenti diventano estremamente frequenti possono ridurre le capacità sociali dell’individuo che cerca di uscire sempre meno di casa. Tutto ciò può degenerare anche nella depressione. Il tutto diventa assolutamente invalidante come possiamo leggere in questa testimonianza: “acrofobia che cambia la vita”.

Esiste una cura per l’acrofobia? Di solito si tende ad usare terapie basate su una graduale esposizione del soggetto a grandi altezze (terapia da esposizione). Ad esempio la persona viene fatta salire nei piani alti di un palazzo (di solito gli acrofobici non hanno affatto bisogno di vere grandi altezze per cominciare a percepire la loro angoscia) e si cerca di farla avvicinare molto gradualmente ad una finestra. Il tutto ovviamente viene fatto con la supervisione di uno psicoterapeuta che guida il paziente in questo procedimento.

Recentemente è stato sperimentato anche un rimedio basato sulla somministrazione di una pillola al cortisolo. Il cortisolo è una sostanza che dovrebbe, in qualche modo, annullare la sensazione di paura. In questo modo la terapia al cortisolo potrebbe affiancarsi alla “terapia da esposizione”. Ovviamente anche in questo caso bisogna sempre fare attenzione a tutte quelle terapie che vengono pubblicizzate come “miracolose” o anche semplicemente “definitive”. Se si legge bene l’articolo linkato prima si nota che il cortisolo è considerato come una sostanza senza effetti collaterali, ma se si segue il link “cortisolo” si legge invece che il cortisolo non è affatto così innocuo. Inoltre non sembra nemmeno che abbia gli effetti psichici indicati, come quello di inibire la paura.

Un rimedio che secondo me invece potrebbe essere molto efficace è quello di utilizzare la terapia da esposizione con la realtà virtuale! Il paziente viene sottoposto a stimoli in realtà virtuale, come salire su un elevatore di un cantiere di costruzione di un palazzo, senza alcun pericolo reale. Si tratta del Virtual Reality Medical Center. Un metodo che unisce la psicologia con le moderne tecniche informatiche!

Una curiosità. Sembra che non esista nessuna correlazione tra acrofobia e paura di volare. La differenza probabilmente è dovuta al fatto che non c’è collegamento visivo tra l’aereo e il terreno circostante. Esistono abilissimi piloti d’aereo che sono acrofobici, ma quando pilotano l’aereo non hanno nessuna paura, invece quando si trovano nei pressi una scogliera o salgono su un edificio alto la loro paura si manifesta in tutta la sua drammaticità.


lunedì 3 ottobre 2011

Allucinazione

L’allucinazione è un fenomeno psichico per cui un individuo percepisce come reale ciò che è solo immaginario. Le allucinazioni più frequenti sono quelle che interessano gli organi sensoriali, in particolare la vista e l’udito, e sono sintomatiche di gravi disturbi mentali.

Le allucinazioni si distinguono dalle illusioni ottiche, semplici distorsioni percettive, per l’impossibilità da parte del soggetto di riconoscere l’irrealtà dell’esperienza. Stati transitori di allucinazione possono essere indotti dall’assunzione di sostanze stupefacenti e da intossicazione alcolica.

Le allucinazioni possono essere divise in diverse categorie a seconda dei sensi coinvolti. Così possiamo avere:

- Allucinazione Gustativa
dove viene percepito un surreale ed altamente sgradevole gusto.

- Allucinazione Olfattiva
dove viene percepito un surreale e fortemente cattivo odore.

- Allucinazione Somatica
dove viene percepita una surreale sensazione all'interno del corpo.

- Allucinazione Tattile
dove viene percepita una surreale sensazione di essere sfiorati o toccati o di avere qualcosa sopra o sotto la pelle.

- Allucinazione Uditiva
dove viene percepito un surreale suono o voce.

- Allucinazione Visiva
dove viene percepita una surreale immagine strutturata, come ad esempio un oggetto, un animale o una persona, o non strutturata, come ad esempio dei bagliori.

Esistono delle sostanze che possono scatenare le allucinazioni? Sono i cosiddetti allucinogeni, cioè un gruppo di sostanze chimiche la cui somministrazione causa allucinazioni. Rientrano in questo gruppo sia droghe come l’LSD, sia sostanze ad uso medico, per lo più usate come anestetici (per esempio la ketamina). Anche alcuni funghi sono allucinogeni, ad esempio il fungo Amanita muscaria (foto sotto) è un pericoloso allucinogeno. Ricordo che esiste anche in Italia un fungo allucinogeno (ne ho scritto anche in questo blog) e si chiama Psilocybe Semilanceata.


lunedì 26 settembre 2011

Tecniche di vendita. Come riescono a farci comprare i prodotti al supermercato.

Tecniche di vendita. Quali sono le molle che ci spingono a fare una scelta? Per capirlo bisogna partire da un esempio concreto. Ogni volta che andiamo a fare shopping, c’è chi studia i nostri comportamenti e analizza le nostre scelte passo dopo passo. Per vedere come fanno bisogna andare a vedere un supermercato.

C’è chi si vanta di spendere troppo e chi invece è orgoglioso della propria capacità di risparmio. Ma cosa ci spinge a scegliere un prodotto invece che un altro? I nostri acquisti da cosa sono indotti?

Quando noi acquistiamo lo facciamo sulla base di un bilancio di emozioni di diverso segno. Immaginiamo il piacere che proveremo nel consumo e in questo modo si attiva un’area del cervello che è l’area della ricompensa. Contemporaneamente si attiva un’altra area del cervello che genera l’emozione negativa del pagamento.

Giampiero Lugli, docente di Economia dell’Università di Parma, è autore di Neuroshopping, un saggio che spiega quali meccanismi ci spingono all’acquisto. Partiamo col dire che il consumatore non visita mai tutto il punto vendita, ci sono delle aree più frequentate e delle aree meno frequentate. Le aree più frequentate vengono chiamate “aree calde” e le altre vengono chiamate “aree fredde”.

Nelle aree calde, che il distributore conosce perfettamente, vengono posizionati i prodotti che si ha più interesse a vendere, quelli che hanno il margine di guadagno più alto, che hanno una maggiore sensibilità alle vendite.

In genere il consumatore si muove in maniera “perimetrale”, cioè le aree più frequentate sono quelle del perimetro. Per spiegare questo comportamento c’è una motivazione addirittura riconducibile all’evoluzione della specie. Infatti, quando si fa la spesa al supermercato, è come quando l’uomo primitivo cacciava nella savana. Nella savana bisogna mantenersi aperta una via di fuga, e la stessa cosa succede al supermercato

Non so dire se le considerazioni di Giampiero Lugli abbiano un reale valore (quella del cacciatore della savana in particolare mi fa un po’ storcere il naso…), però è un tentativo di interpretare i meccanismi del nostro cervello nel momento dell’acquisto.

Se volete saperne di più sule tecniche di vendita e su come riescono a farci comprare i prodotti al supermercato, non vi resta altro che seguire questo servizio tratto dal programma televisivo Cosmo, dove viene intervistato proprio il professore Giampiero Lugli.

Buona visione a tutti.


mercoledì 21 settembre 2011

La sindrome di Penelope

Cos'è la sindrome di Penelope? Ci sono situazioni di malessere psicologico di cui non si parla o se ne parla pochissimo. Una di queste riguarda soprattutto le donne che hanno perso il compagno della loro vita. La solitudine che provano è stata studiata da un gruppo di psicologi che lanciano un allarme perché quel dolore isola le donne.

Negli occhi e nel cuore dolore e nostalgia. Sono anziane, sono sole, spesso sono vedove e sono in attesa di affetti che non arriveranno, come la mitica e infelice moglie di Ulisse. A soffrire della sindrome di Penelope in Italia sono oltre 700000 donne ultrasettantacinquenni.

Sono tante, quasi una su cinque, come si evince da uno studio dell'Università di Messina. Sono donne malate di nostalgia del tempo passato che non guariscono mai dal loro malessere fisico perché lo alimentano con il malessere psicologico.

Per saperne di più sulla sindrome di Penelope vi consiglio di vedere questo video tratto dalla trasmissione televisiva TGR Leonardo in cui si parla di questo sempre più diffuso tipo di malessere psicologico.

Buona visione.

mercoledì 31 agosto 2011

Tecniche di persuasione (video)

Sappiamo perfettamente che la persuasione fa sempre leva, sia sulla ragione, sia sulle emozioni. Ma il risultato si può vedere scientificamente? Si può guardare, letteralmente, dentro la testa del consumatore o del cittadino? Nel filmato che vi presento viene mostrato un servizio realizzato presso l’Università di Pisa in cui viene descritto un interessante esperimento.

Il professor Pietro Pietrini, docente di Biochimica Clinica dell’Università di Pisa, attraverso la risonanza magnetica funzionale, sempre più usata dai neuroscienziati, studia da anni le risposte del cervello ad una serie di sollecitazioni. Neuroscienza e marketing insieme, per comprendere i nostri comportamenti, cosa ci piace e cosa no.

Come risponde il nostro cervello davanti all’immagine pubblicitaria di un marchio piuttosto che di un altro? E’ ciò che possiamo vedere nel seguente filmato. Buona visione a tutti.


martedì 21 giugno 2011

Chi crede alla fine del mondo del 2012?

Se ne parla da anni, si fanno film, seminari, documentari, trasmissioni tv sulla fine del mondo del 2012. Ma c’è ancora qualcuno che ci crede? In effetti non ci sarebbe niente di strano se fossero in molti a crederci, vista l’enorme pubblicità che si è fatta riguardo a questo evento. Si sono scritti anche molti libri, ma nessuno si sbilancia fino in fondo. Quanti sono quelli che hanno realmente “cambiato modo di vivere” nell’attesa della fine? Coloro che professano la venuta della fine del mondo sono i primi a continuare a vivere esattamente come vivevano prima, dimostrando anche di essere i primi a non crederci.

fine del mondo

Una delle tante previsioni di fine del mondo o di “giorno del giudizio” è già fallita il 21 maggio 2012. La notizia del fallimento non ha avuto lo stesso spazio nei media della previsione stessa in ogni caso se non c’è stato il giorno del giudizio non ci sarà, presumibilmente, nemmeno la fine del mondo da qualcuno prevista per il 21 ottobre 2011.

In fondo è facile prevedere una fine del mondo. Basta sparare una data qualsiasi, giustificandola con qualche astruso ragionamento numerologico preso dalla Bibbia, creare l’aspettativa, vendere un sacco di libri in cui si spiega perché ci sarà la fine del mondo, aspettare il giorno prefissato e quando la fine del mondo non ci sarà basta dire che nel frattempo “qualcosa è cambiato” nel tessuto dello spazio-tempo o nelle “altre dimensioni” spirituali. Facile, no? Lo potrei fare anche io, lo potrebbe fare chiunque.

Ma adesso io mi chiedo, c’è ancora qualcuno che si ostina a credere nella fine del mondo prevista per il 21 dicembre 2012? Oppure forse c’è qualcuno che crede che avverrà “una evoluzione spirituale di tutta l’umanità”, o semplicemente ci sarà un’invasione aliena? Fatemi sapere se ci credete e, soprattutto, perché ci credete. Vi attendo numerosi. Buona giornata.



sabato 11 giugno 2011

L’effetto placebo spiegato da Ben Goldacre

 

Il giornalista scientifico Ben Goldacre in questo filmato con sottotitoli in italiano ci spiega cos’è l’effetto placebo e come funziona.

Di seguito la trascrizione di quanto viene detto nel filmato.

L’effetto placebo è un fenomeno straordinario che fa stare meglio la gente anche quando si assume un trattamento inefficace o finto. Può trattarsi di una pillola di zucchero ma anche di finti ultrasuoni. Può trattarsi di una pillola di zucchero, ma anche di finti ultrasuoni. Quando qualcuno vi mette un macchinario sul corpo senza nemmeno accenderlo. Oppure una finta operazione, dove qualcuno fa una incisione fingendo di operare. Ma il sorprendente e l’affascinante succede quando la gente assume questi trattamenti ed a volte si sente meglio. Ciò che è interessante nell’effetto placebo è che mostra, non nel fumoso senso New Age, ma in senso reale… possiamo migliorare la nostra sensazione di dolore, possiamo migliorare i nostri sintomi attraverso ciò a cui crediamo ed all’aspettativa. Tutte le pubblicità nei giornali che avete visto hanno scolpito nella vostra memoria ed hanno aumentato l’aspettativa di una pillola di una certa marca. Ciò che è interessante nel placebo è che sembra che funzioni con chiunque, non importa che tu sia scettico… ed anche i bambini e gli animali rispondono all’effetto placebo. Anche le persone che li circondano sono pieni di aspettative sui finti trattamenti che gli hanno dato, ed è naturale aspettarsi che il tuo bambino sicuramente reagirà alla tua aspettativa di sentirsi meglio. Ci sono molti esempi affascinanti. I più interessanti confrontano una finta cura con un’altra. Perché questo è ciò che è l’effetto placebo che funziona. Così, per esempio, noi sappiamo che quattro pillole di zucchero, quattro pillole finte, sono meglio di due pillole di zucchero al giorno per migliorare un’ulcera gastrica. Una scoperta incredibile, in un certo senso. L’ulcera gastrica è ottima da studiare perché è facile da diagnosticare. Inserisci una telecamera con la luce attraverso la bocca e scatti delle foto alle pareti dello stomaco, lo vedi se l’ulcera è lì oppure è scomparsa. Quattro pillole di zucchero al giorno guariscono l’ulcera gastrica più velocemente di due. Sappiamo che il colore della pillola è importante. Si è visto che le pillole blu o verdi hanno effetto sedativo, mentre quelle rosse o arancioni sono “eccitanti”. Questo le industrie farmaceutiche lo sanno. Se si guardano le confezioni di compresse di antidepressivo o degli ansiolitici, tendono ad essere verdi e bianche o blu e bianche, quando quelle degli stimolanti o degli antibiotici tendono ad essere rosso brillante. Esistono diversi studi sul dolore che riguardano l’effetto placebo. Dimostrano che un’iniezione di soluzione salina che non contiene alcun ingrediente attivo è molto più efficace per il dolore di una finta pillola di zucchero. Una pillola che sembra un antidolorifico. Così la puntura di soluzione salina non contiene nessun farmaco, la pillola non contiene nessun farmaco, ma la puntura appare come un trattamento molto più drammatico e serio di una pillola ed è per questo che la gente ha più sollievo con una puntura finta di quanto ne abbia con una pillola finta. La cosa interessante di queste ricerche è cosa ci si può ottenere. Con l’effetto placebo si è in un interessante campo etico. La ricerca mostra che mentire al tuo paziente, disorientarlo, può farlo sentire meglio … e dare ad un paziente una pillola di zucchero non lo espone a nessun effetto collaterale fisico. Così la gente può dire che forse potremmo somministrare frequentemente dei placebo, ma penso che questo sia un problema, penso sia sbagliato. Perché somministrare un trattamento placebo ad un paziente richiede una bugia da parte tua e non credo che i medici o chiunque lavori nel servizio sanitario possa mentire ad un paziente. Penso che sia eticamente sbagliato e poi, a lungo termine, quando dici bugie alla gente così paternalisticamente, potrebbe essere scoperto tutto e così distruggi la credibilità di tutto quello che dici. Anche se non volessimo mentire al paziente c’è una maniera più etica di sfruttare le ricerche sull’effetto placebo. Perché quello che ci dicono queste ricerche è che il modo con il quale somministri un trattamento può condizionarne l’efficacia. Così noi sappiamo, ad esempio, che se offriamo un trattamento in un ambiente molto salutistico e con un maggiore senso di positività, con la gente più felice e fiduciosa nei medici, in situazioni più piacevoli, non quindi sbrigativamente, questo aumenta davvero i risultati del nostro trattamento e penso che questa sia la giusta chiave, usare tutte le ricerche sull’effetto placebo per trovare un modo di somministrare trattamenti che sappiamo efficaci e farli funzionare meglio.

Credo che quanto detto da Ben Goldacre sia molto interessante e che possa essere lo spunto di profonde riflessioni. Mi aspetto qualche commento da parte vostra Sorriso


mercoledì 1 giugno 2011

La qualità della vita

 

Spesso si pensa che la qualità della vita dipenda da quanti quattrini si riescono a guadagnare. In un certo senso nella nostra civiltà attaccata al denaro, la qualità della vita viene fatta corrispondere a questo parametro. In realtà è molto probabile che ciò non sia del tutto vero. Ad esempio se per guadagnare molti soldi sono costretto a lavorare 18 ore al giorno e nell’arco di un anno ho pochissimi giorni di riposo, la mia qualità della vita non è molto alta. Non avrei nemmeno la possibilità di godermeli, tutti questi soldi.

la qualità della vita in Italia

No, la qualità della vita non dipende dai soldi che si guadagnano, però potremmo ipotizzare che dipenda dai soldi che si possiedono già. Il classico “figlio di papà”, che ha possibilità economiche che non derivano da sue fatiche o meriti, sperimenta una buona qualità della vita? Negli esempi di vita vissuta che ci capita di vedere ci accorgiamo che i figli di papà invece sono annoiati, senza valori, senza stimoli. Cercano solo avventura, spesso anche droga e non sembrano vivere alcuna felicità. Riescono solo a sperperare soldi e tempo, come se ciò fosse un surrogato della felicità.

Questo perché non tutti gli uomini sono in grado di sopportare la mancanza dello stress quotidiano che costringe le persone normali ad alzarsi la mattina e a lottare per guadagnarsi da vivere. La mente umana è stata fatta per risolvere problemi, per affrontare “nemici” (fisici o idealizzati che siano), per avere la sua buona dose giornaliera di stress.

Se questo stress viene a mancare, le persone fanno di tutto per crearselo da soli, con risultati spesso disastrosi.

La qualità della via potrebbe dipendere dalla salute fisica. Su questo punto sono personalmente abbastanza d’accordo. Sappiamo benissimo che una buona salute che si protrae fino ad età avanzata permette di sentirsi maggiormente appagati in tutto ciò che si compie. Ma anche l’ambiente in cui si vive, l’ambiente in cui si lavora, gli aspetti delle dinamiche familiari sono determinanti nel valutare la qualità della vita di un individuo.

Direi che posso individuare alcune variabili importanti che sono:

1) Lavoro che appassiona, ma che non impegna un numero esagerato di ore al giorno.

2) Condizione economica che permette di far fronte a tutte le esigenze più importanti. “Essere ricchi” da questo punto di vista, potrebbe essere invece un fattore negativo.

3) Buona salute.

4) Buone condizioni psicologiche.

5) Ambiente lavorativo confortevole che permette di esprimere appieno le proprie capacità.

6) Dinamiche familiari positive.

7) Vita sentimentale appagante (questa la potevo mettere anche tra le prime voci, vista l’importanza).

8) Vivere in un ambiente sociale in cui sono rispettati pienamente i diritti umani (cosa che in molti luoghi del mondo non è affatto data per scontata, e in certi casi nemmeno in Italia i diritti sono rispettati del tutto).

Quanti sono i fortunati che possono dire di avere una situazione positiva per quanto riguarda tutti gli 8 punti che ho elencato? Direi pochi. In ogni caso la qualità della via non è solo un problema individuale, ma soprattutto collettivo. Si sta facendo qualcosa attualmente nella direzione di migliorare la qualità della vita a livello collettivo? Di solito a questa domanda è facile rispondere di no. L’impressione è che qualcosa semmai si stia facendo nella direzione opposta, cioè di limitare la qualità della vita in nome di qualche fantomatica “crisi” per la quale ci dovremmo sacrificare tutti per stare meglio “un domani” non ben identificato.

Qualunque crisi non si risolve mai “facendo sacrifici” ma trovando nuove idee per risolvere i problemi, vecchi e nuovi, che ci si presentano davanti. Però mi sembra che queste idee non si trovano e i problemi restano intatti, lì dove sono sempre stati.


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sabato 9 aprile 2011

Musica e depressione: esiste un legame.

Gli adolescenti che ascoltano molta musica sono più soggetti alla depressione rispetto a quelli che passano il tempo a leggere. Questo è il risultato di uno studio della Scuola di Medicina dell'Università di Pittsburgh. Lo studio ha coinvolto 106 partecipanti ed ha messo in evidenza che l'esposizione a certi tipi di contenuti mediatici ha un legame forte con la salute mentale.



Per un periodo di due mesi i ricercatori hanno monitorato il tipo di supporto che i soggetti stavano utilizzando, con particolare attenzione a internet, televisione, musica, videogames, riviste e libri.
Il risultato più eclatante è che si è potuto stabilire che gli adolescenti che per la maggior parte del tempo hanno ascoltato musica avevano una probabilità 8,3 volte maggiore di essere soggetti a depressione rispetto alla media della popolazione. Invece coloro che avevano passato la maggior parte del tempo a leggere avevano una probabilità di essere depressi di solo un decimo rispetto alla media della popolazione.
Ovviamente in questo caso è difficie capire se i soggetti depressi si rifugiano nell'ascolto della musica, oppure è la musica che provoca la depressione. In ogni caso lo studio ha messo in evidenza che esiste effettivamente un legame tra depressione e consumo mediatico.

La cosa importante è che si è potuto scoprire che la lettura è correlata ad una bassa insorgenza di depressione. Bisogna far notare, purtroppo, che in Italia, ad esempio, la percentuale di giovani che si dedicano alla lettura è in costante diminuzione, mentre altri tipi di intrattenimento mediatico sono in salita vertiginosa.

lunedì 21 marzo 2011

Mania

 

La mania è uno stato psicopatologico caratterizzato da alterazioni del tono dell’umore, ipereccitazione, euforia, logorrea (tendenza a parlare eccessivamente), iperattività motoria. Chi è affetto da manie ha una sfrenata volontà di dimostrare le proprie capacità attraverso una serie di azioni scarsamente basate sulla realtà, che lo mettono in contrasto con l’ambiente.

Nelle forme più lievi (ipomania) si osserva gaiezza, loquacità, iperattività e incapacità di soffermarsi in modo conclusivo su qualche compito. Nelle forme più gravi, alla socievolezza può sostituirsi malumore, litigiosità, fino al cosiddetto “furore maniacale”.

La mania è una fase della psicosi maniaco-depressiva, in cui si alternano fasi di tristezza, sensi di colpa e mancanza di stima a episodi maniacali, cioè di euforia, di eccessiva allegria e fiducia in se stessi. Nell’uso comune il termine viene erroneamente adoperato nel significato di “idea fissa” o di delirio.


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giovedì 17 marzo 2011

Cos’è una nevrosi?

 

Spesso mi capita di sentire una domanda: cos’è esattamente una nevrosi? Che differenza c’è con la psicosi? La nevrosi è essenzialmente una forma di disadattamento per cui un individuo non riesce ad affrontare le proprie ansie, lo stress e i conflitti interiori. Il nevrotico (cioè un individuo affetto da nevrosi) sviluppa sintomi di disagio che ostacolano una vita normale, ma non cade ancora nella psicosi, senza quindi un grave squilibrio della personalità, alienazione mentale o perdita di lucidità. Le nevrosi si manifestano con sintomi di varia natura, sia fisici che psichici: stati di ansia, debolezza, fobie, ossessioni, insicurezza, reazioni inadeguate, eccessiva sudorazione e tachicardia.

nevrosi

Si distinguono vari tipi di nevrosi:

- Nevrosi coatte. Possono esprimersi in pensieri ricorrenti, impulsi irresistibili a ripetere azioni sempre identiche, spesso associate a fobie.

- Nevrosi d’angoscia. Sono caratterizzate da un timore ingiustificato.

- Nevrosi da trauma. Sono scatenate da un da un evento particolarmente sconvolgente.

- Nevrosi isterica. Detta anche isteria, è una forma nevrotica caratterizzata da manifestazioni somatiche e psichiche che insorgono con la tendenza alla drammatizzazione e all'esagerazione. È legata a uno spostamento sul piano organico di problematiche psicologiche; è anche detta isteria di conversione.

I sintomi di questi disturbi psichici sono interpretati dalla psicoanalisi come espressione di un conflitto interno al soggetto. La terapia si basa essenzialmente su interventi di psicoterapia e di ordine familiare, ambientale e sociale.


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Come oscilla un pendolo su Giove? (filmato)

In questo filmato possiamo vedere una bella rappresentazione di come cambia il periodo di oscillazione di un pendolo semplice in vari corpi ...